Favoloso Calvino

Il mondo come opera d'arte. La mostra alle Scuderie del Quirinale

Quello cui io tendo, l’unica cosa che vorrei poter insegnare, è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. In fondo la letteratura non può insegnare altro.
Italo Calvino, Lettera a  François Wahl, 1960 

Calvino favolista e cultore del meraviglioso, scrittore capace di far interagire l’osservazione e la fantasia, l’attenzione alla realtà e la trasfigurazione fiabesca. Alle Scuderie del Quirinale va in scena, nel quadro del programma ufficiale delle celebrazioni del centenario della nascita di Italo Calvino (1923 – 1985) Favoloso Calvino. Il mondo come opera d’arte. Carpaccio, de Chirico, Gnoli, Melotti e gli altri, dal 13 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024. La grande mostra organizzata con la casa editrice Electa è curata da Mario Barenghi, professore di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Milano Bicocca e tra i massimi studiosi dell’opera dello scrittore.

La mostra propone un percorso tendenzialmente cronologico, che mira a illustrare i caratteri e l’evoluzione dell’immaginario calviniano dagli anni di formazione e dalle prime prove agli anni della maturità artistica, fino ai tanti progetti lasciati in sospeso. Premesse all'intero percorso espositivo sono il riferimento al testo del 1971 Dall’opaco, che offre una suggestiva stilizzazione del paesaggio ligure originario di Calvino e l’immagine della foresta, posta ad emblema dell’intera opera calviniana, grazie all’installazione di Eva Jospin Forêt Palatine.

La pittura mi è servita sempre come spinta a rinnovarmi, come ideale di invenzione libera, di essere sempre se stessi facendo sempre qualcosa di nuovo.
Italo Calvino, Furti ad arte, dialogo con Tullio Pericoli, 1980


Tullio Pericoli, Ritratti di Italo Calvino

Nella sezione due si fronteggiano da un lato testi e materiali che documentano l’attività dei genitori di Calvino nei campi della botanica, della floricoltura e dell’agronomia, dall’altra riferimenti al cinema degli anni Trenta, oggetto di culto da parte del giovane Italo. Al centro della sala, l’originale installazione di Emilio Isgrò sulla Formica argentina funge da ponte tra un fenomeno reale e la sua futura trasfigurazione letteraria. La sezione tre mette a tema la svolta decisiva nella formazione di Calvino, la partecipazione alla Resistenza e la scelta della militanza politica. La durezza e l’intensità dell’esperienza trova nell’opera di Giuseppe Penone qualcosa di simile a un correlativo oggettivo.

Calvino diventa Calvino nella seconda metà degli anni Quaranta, quando decide di dedicarsi alla letteratura, comincia a pubblicare racconti e articoli, ed entra nell’orbita della casa editrice Einaudi, di cui sarà per decenni una delle colonne portanti: ai ritratti dello scrittore ligure e all’ambiente einaudiano è dedicata la sezione quattro. Con la sezione cinque si affronta uno degli aspetti più caratteristici dell’attività calviniana, l’oscillazione e la commistione fra un’istanza realistica e una fantastica o fiabesca. L’opera di maggiori dimensioni dell’intera mostra è l’Arazzo Millefiori  di Pistoia (1530 -1535), capolavoro dell’arte rinascimentale in cui lo sguardo s’immerge e si smarrisce, come i personaggi dei romanzi cavallereschi in cerca di avventure. Le immagini della Torino industriale esposte sull’altro lato intendono rappresentare sia i ripetuti e vani tentativi di Calvino di scrivere un grande romanzo sull’Italia degli anni Cinquanta, sia i riferimenti alla contemporaneità che si leggono comunque in filigrana anche nelle opere dove l’immaginazione sembra più sbrigliata. All’icasticità delle invenzioni calviniane – simboleggiata dall’armatura quattrocentesca prestata dal Kunsthistorisches Museum di Vienna – fa riscontro il travaglio della scrittura, soprattutto nelle opere d’impianto realistico, qui esemplificato da alcune pagine dell’autografo della Speculazione edilizia conservato al Centro manoscritti di Pavia.

Le immagini associabili all’attività di Calvino e al suo itinerario creativo si potrebbero facilmente moltiplicare. Fondamentale è comunque l’idea che il nucleo generativo dell’opera calviniana consista in una proiezione verso l’esterno, in un movimento verso il fuori: in un impulso estroflessivo, per dir così, che di necessità si dispiega sul piano visuale, qualificando lo spazio circostante.
Mario Barenghi, curatore della mostra

Da qui in avanti, alla sequenza cronologica si sovrappone un’articolazione tematica, legata sia a necessità espositive, sia all’oggettiva compresenza nella produzione calviniana di filoni diversi. Calvino è uso lavorare contemporaneamente su più tavoli, e la successione delle opere pubblicate non sempre rispecchia l’ordine di composizione.
La sezione sei indugia sul rapporto con le fiabe, che spazia dalla raccolta Fiabe italiane del 1956 alle favole di Esopo per Valerio Adami fino al mai realizzato progetto del Teatro dei ventagli concepito con Toti Scialoja.

L’arte è per Calvino un’inesauribile miniera di ispirazioni. La gamma dei riferimenti è quanto mai ampia, e comprende sia le scelte di copertina dei libri (mai casuali, mai secondarie, specie nel caso degli amati Klee e Picasso), sia gli scritti dedicati a singoli artisti (Carlo Levi, Giorgio de Chirico, Domenico Gnoli, Luigi Serafini, Enrico Baj, Tullio Pericoli e tanti altri), sia i casi in cui è proprio un modello visuale ad alimentare la creatività (come accade con Fausto Melotti, Giulio Paolini, Saul Steinberg): mentre, sul versante opposto, si registrano le opere e le installazioni direttamente ispirate ai suoi libri, come gli acquerelli di Pedro Cano sulle Città invisibili, il «veridico ritratto del signor Palomar» di Daniel Maja, Calvino di Richard Serra.

La sezione sette è dedicata all’esperienza dei racconti cosmicomici, e più in generale, all’interesse di Calvino per l’astronomia, la geografia, la cartografia. Fra i pezzi esposti spiccano la mappa lunare di Gian Domenico Cassini e la rappresentazione del Mediterraneo del trecentista Opicino de Canistris, di cui si parla in Collezione di sabbia. Proprie dell’immaginazione cosmicomica sono poi l’antica, mai smentita attrazione per la forma del fumetto e la grande libertà inventiva, la commistione fra diversi piani del reale, ben presente anche nell’installazione di Mark Dion (vicino a Calvino anche per l’istanza archeologica ed enciclopedica).


Enrico Baj, Il gioco degli scacchi, 1988, Archivio Enrico Baj Ph A. Baj

Al centro della sezione otto è Il castello dei destini incrociati, l’opera di Calvino più vicina all’esperienza dell’Oulipo: tant’è che qui sono esposti documenti sui rapporti con il gruppo parigino e con Raymond Queneau, l’unico scrittore straniero di cui Calvino abbia tradotto un’opera. Oltre ai tarocchi quattrocenteschi prestati dall’Accademia Carrara, la presenza di maggior impatto è senza dubbio il San Giorgio dalla grande tela del Carpaccio, figura che Calvino accosta a quella di San Girolamo in un rapporto fatto insieme di opposizione e reversibilità.

Le città invisibili sono il cuore della sezione nove, in cui campeggia un’opera di Fausto Melotti, artista al quale Calvino dichiara esplicitamente di essersi ispirato per la serie della «città sottili». Ma qui trovano anche spazio le città di De Chirico e di Borbottoni, le pietre di Magnelli, la grande scacchiera di Enrico Baj.
A partire dagli anni Settanta Calvino dedica parecchie energie alla forma della descrizione (un impegno che culmina in Palomar) e nello stesso tempo compie importanti viaggi. Particolare rilievo hanno nella sezione dieci le opere di Domenico Gnoli (su cui Calvino scrive in uno dei suoi numerosi contributi alla rivista di Franco Maria Ricci «FMR») e immagini del Messico, del Giappone, di New York.

Il tema dell’ultima sala (Cominciare e ricominciare) ricorda soprattutto Se una notte d’inverno un viaggiatore; ma l’intento è anche di ricordare la quantità di nuovi progetti che Calvino aveva in cantiere al momento della sua scomparsa.
Una nuova opera di Giulio Paolini, concepita appositamente per questa occasione, s’incentra sullo sguardo di Calvino, che rappresenta il filo conduttore della mostra. Imparare a guardare con occhi diversi è il presupposto per cambiare il mondo – o quanto meno, per salvaguardare la capacità di farlo.   


Vittore Carpaccio, San Giorgio che uccide il drago, 1516 Venezia, Abbazia di San Giorgio Maggiore

La mostra si conclude con uno sguardo al cielo. Una volta usciti dalle Scuderie del Quirinale, lungo via XXIV Maggio nelle ore serali sarà accesa Palomar, la fantastica opera di luce che Giulio Paolini ha dedicato nel 1998 a Italo Calvino e al suo doppio, Palomar appunto, funambolo nel cosmo celeste, eccezionale prestito del Comune di Torino, della serie Luci d'Artista.

Foto di copertina: Giulio Paolini, Senza titolo (dettaglio), 1966, Milano collezione privata

Favoloso Calvino. Il mondo come opera d’arte. Carpaccio, de Chirico, Gnoli, Melotti e gli altri, Scuderie del Quirinale, Roma
dal 13 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024